Quando analizzo i grandi collassi imperiali della storia, c’è uno che mi affascina particolarmente per la sua drammaticità e le sue implicazioni moderne: la caduta dell’Impero Accadico. Non perché fu il più grande impero mai caduto – ce ne furono di più vasti successivamente. Ma perché fu il primo vero impero della storia umana, e il suo collasso fu così totale, così rapido, così catastrofico che la sua stessa capitale scomparve dalla faccia della terra e non fu mai più ritrovata.
Come analista abituato a studiare crisi sistemiche, trovo l’Impero Accadico un caso di studio perfetto su come un sistema politico ed economico apparentemente invincibile possa implodere quando multiple crisi convergono simultaneamente. Cambiamento climatico, migrazione di massa, sovraestensione militare, crisi fiscale, collasso agricolo – tutti i fattori che ossessionano i moderni strateghi della sicurezza erano presenti in Mesopotamia oltre 4000 anni fa.
E la cosa più inquietante? I parallelismi con le vulnerabilità degli imperi moderni sono così evidenti che studiare l’Accad sembra quasi leggere un manuale su come gli imperi crollano.
L’Ascesa: Sargon e il Primo Impero della Storia
Per comprendere la caduta, devo prima descrivere l’ascesa straordinaria di questo impero. Prima di Sargon di Akkad (regnò circa 2334-2279 a.C.), la Mesopotamia era un mosaico di città-stato sumere in perenne conflitto tra loro – Uruk, Ur, Lagash, Umma, Kish. Ogni città aveva il suo re, i suoi dei, la sua economia. Le guerre erano continue ma limitate: un re conquistava un’altra città, imponeva tributi, poi perdeva il controllo quando la prossima città diventava dominante.
Sargon cambiò tutto. Non si accontentò di dominare la sua città – conquistò l’intera Mesopotamia e oltre. In una serie di campagne militari che le cronache cuneiformi descrivono come trentaquattro battaglie consecutive senza sconfitte, Sargon sottomise tutte le città sumere, conquistò i territori a nord fino all’Anatolia, a ovest fino al Mediterraneo, a est fino all’Elam (l’odierno Iran occidentale).
Per la prima volta nella storia documentata, un unico sovrano controllava un territorio che si estendeva per oltre duemila chilometri. Non era più una città-stato – era un impero multi-etnico, multi-lingue, multi-culturale. Sargon governava probabilmente 10-15 milioni di persone, una frazione significativa della popolazione mondiale dell’epoca.
Ma più importante della conquista militare fu l’innovazione amministrativa. Sargon creò il primo stato burocratico centralizzato della storia. Invece di governare attraverso re vassalli locali (che inevitabilmente si ribellavano), installò governatori accadici fedeli a lui personalmente. Creò una burocrazia standardizzata con pesi, misure e procedure uniforme. Impose l’accadico – una lingua semitica – come lingua amministrativa accanto al sumerico.
Costruì una nuova capitale – Agade (o Akkad) – da qualche parte nella Mesopotamia centrale. Gli archeologi non l’hanno mai trovata con certezza, ma i testi antichi la descrivono come una meraviglia: una metropoli cosmopolita dove affluivano merci da tutto l’impero e oltre, con palazzi monumentali, templi grandiosi, magazzini enormi pieni di tributi e tesori.
Il Consolidamento: Naram-Sin e l’Apice Imperiale
L’impero raggiunse il suo apice sotto Naram-Sin (regnò circa 2254-2218 a.C.), nipote di Sargon. Questo sovrano non si accontentò di essere “re” – si autoproclamò “re delle quattro regioni” e, ancor più audacemente, si divinizzò mentre era ancora vivo, un’innovazione senza precedenti in Mesopotamia.
Le stele di Naram-Sin lo mostrano con la tiara cornuta degli dei, calpestando nemici sconfitti, più grande degli altri mortali. Non era solo propaganda – rifletteva la reale potenza dell’impero. Naram-Sin condusse campagne militari fino ai Monti Zagros a est, fino ai Monti Tauro a nord, fino alle montagne dell’Oman a sud. Conquistò Ebla, la potenza commerciale siriana. Sottomise l’Elam. Le sue iscrizioni vantano di avere sconfitto una “Grande Rivolta” di città sumere che tentarono di liberarsi – e di averle schiacciate così completamente che non si ribellarono mai più durante il suo regno.
L’economia imperiale prosperava. La pace accadica (una “pax accadica” proto-romana) permetteva commercio sicuro attraverso tutto il Vicino Oriente. Le carovane viaggiavano dal Golfo Persico al Mediterraneo senza attraversare frontiere ostili. Il rame veniva da Cipro e dall’Oman. Lo stagno – cruciale per il bronzo – arrivava probabilmente dall’Afghanistan attraverso l’Iran. Il legname cedro veniva dal Libano. L’oro e le pietre preziose dalla Nubia. L’argento dall’Anatolia.
I granai imperiali erano pieni. La Mesopotamia meridionale, con i suoi complessi sistemi di irrigazione, produceva surplus agricoli enormi. La popolazione urbana raggiunse probabilmente il suo apice pre-moderno – città come Ur potevano avere 60.000-80.000 abitanti, numeri sbalorditivi per l’epoca.
La burocrazia imperiale registrava tutto con precisione ossessiva su migliaia di tavolette cuneiformi: ogni carico di grano, ogni testa di bestiame, ogni lingotto di rame, ogni recluta militare. L’Impero Accadico era una macchina amministrativa di una efficienza impressionante.
Ma sotto questa facciata di potenza assoluta, si stavano accumulando vulnerabilità che nessuno vedeva.
I Primi Segnali: La Fine del Regno di Naram-Sin
Gli ultimi anni di Naram-Sin vedono segnali di problemi crescenti. Le sue iscrizioni menzionano ripetutamente campagne contro popolazioni montane – i Gutei dai Monti Zagros, i Lullubi dalle montagne a est. Prima erano razzie marginali, fastidiose ma non esistenziali. Ma la frequenza delle menzioni suggerisce una pressione crescente.
Più significativamente, Naram-Sin costruì o rafforzò massicciamente fortificazioni lungo le frontiere settentrionali e orientali. La più famosa è il “Muro che Respinge i Tidnum” (le tribù amorrite), una fortificazione di centinaia di chilometri attraverso la Mesopotamia settentrionale. Perché un impero al suo apice doveva costruire muri difensivi?
La risposta, che emerge dalle analisi paleoclimatiche moderne, è che il clima stava cambiando. L’Evento di Aridificazione del 4.2 kiloyear – un cambiamento climatico brusco e severo – stava iniziando. Le precipitazioni nell’intera regione crollarono. Le steppe e i deserti che circondavano la Mesopotamia divennero ancora più aridi.
Per le tribù pastorali che vivevano in quelle zone marginali – Gutei, Lullubi, Amoriti – questo significava catastrofe. I pascoli si inaridirono. I pozzi si prosciugarono. Il bestiame moriva. Intere popolazioni non potevano più sostenersi nelle loro terre ancestrali.
Quindi migrarono. Non perché fossero popoli guerrieri intrinsecamente aggressivi – ma perché stavano morendo di fame e sete nelle loro terre. Si spostarono verso l’unico luogo dove c’era ancora acqua affidabile: le valli del Tigri e dell’Eufrate, cuore dell’Impero Accadico.
Naram-Sin tentò di respingerli con la forza militare. Costruì muri, fortificò città, condusse campagne punitive. Ma stava combattendo un fenomeno che nessuna forza militare poteva fermare: migrazioni di massa guidate dalla disperazione climatica.
Il Collasso Climatico: Quando il Cielo Smise di Piangere
Quello che rende il collasso accadico particolarmente ben documentato – rispetto ad altri collassi antichi – è la convergenza di evidenze multiple. Abbiamo testi cuneiformi, evidenze archeologiche, e crucialmente, dati paleoclimatici precisi.
I carotaggi nei sedimenti marini del Golfo di Oman mostrano un brusco aumento di polvere eolica attorno al 2200 a.C. – indicatore di aridità estrema nella regione. I carotaggi nei laghi del Vicino Oriente mostrano cali drammatici nei livelli dell’acqua. Le stalagmiti nelle grotte della regione, che crescono quando l’acqua piovana gocciola nelle caverne, mostrano tassi di crescita drasticamente ridotti – meno pioggia significa meno crescita.
Ma l’evidenza più drammatica viene da Tell Leilan, una città nella Mesopotamia settentrionale. Le analisi dei sedimenti archeologici mostrano uno strato di polvere sterile – nessun materiale organico, nessuna evidenza di occupazione umana – che inizia esattamente attorno al 2200 a.C. e dura circa 300 anni. La città fu semplicemente abbandonata perché la regione divenne troppo arida per l’agricoltura pluviale.
Per l’Impero Accadico, le conseguenze furono devastanti:
Collasso agricolo nelle zone non irrigate: La Mesopotamia settentrionale, che dipendeva dalle piogge per l’agricoltura, cessò di essere produttiva. Città furono abbandonate. La popolazione migrò verso sud, verso le zone irrigate, creando pressione demografica enorme.
Stress sui sistemi di irrigazione: Anche la Mesopotamia meridionale, con i suoi canali di irrigazione elaborati, soffrì. I fiumi Tigri ed Eufrate ricevevano meno acqua dalle loro fonti montane. I livelli scesero. I canali più lontani dai fiumi non ricevevano più acqua sufficiente. Le aree coltivabili si ridussero.
Salinizzazione accelerata: Con meno flusso d’acqua nei canali, l’evaporazione concentrava i sali. La salinizzazione – il flagello eterno dell’agricoltura irrigua mesopotamica – accelerò. Terre un tempo fertili divennero troppo saline per coltivare.
Interruzione del commercio: Le rotte carovaniere attraverso i deserti siriani e arabi divennero impraticabili. Le oasi lungo le rotte si prosciugarono. I pozzi fallirono. Il commercio tra la Mesopotamia e il Mediterraneo si interruppe.
Pressione migratoria insostenibile: Le popolazioni delle zone colpite più duramente – steppe, deserti, montagne – migravano massicciamente verso le uniche zone ancora abitabili. L’impero doveva assorbire ondate di rifugiati mentre la sua base agricola si contraeva.
La Grande Ribellione e l’Inizio della Fine
I successori di Naram-Sin affrontarono una situazione sempre più disperata. Shar-kali-sharri (regnò circa 2217-2193 a.C.) passò il suo intero regno combattendo ribellioni e invasioni simultanee su tutti i fronti.
Un testo sumerico chiamato “Il Maledizione di Agade” – scritto probabilmente secoli dopo ma basato su memorie storiche – descrive come le città sumere si ribellarono contro il dominio accadico. Ma questa non fu una semplice rivolta politica. Fu probabilmente scatenata dalla crisi alimentare.
L’impero dipendeva dai tributi delle province per sfamare la capitale Agade e mantenere l’esercito. Ma le province stesse stavano soffrendo la fame. Quando i governatori accadici tentarono di riscuotere tributi da popolazioni che morivano di fame, le ribellioni esplosero.
Le città sumere – Ur, Uruk, Lagash – videro un’opportunità. Il potere centrale era indebolito. Si dichiararono indipendenti. Ma non era un ritorno all’indipendenza gloriosa del passato. Erano città che combattevano per risorse scarse in un ambiente deteriorato.
Simultaneamente, le pressioni esterne si intensificarono:
I Gutei, dalle montagne Zagros a est, non erano più razziatori occasionali. Erano ondate migratorie massive. Intere tribù, con famiglie, bestiame, tutto ciò che possedevano, si spostavano verso ovest cercando acqua e pascoli. Quando l’esercito accadico tentò di respingerli, i numeri erano semplicemente troppo grandi.
Le tribù amorrite, dai deserti siriaci, premevano da ovest. Il Muro che Respinge i Tidnum fu superato o aggirato. Popolazioni nomadi si infiltrarono nella Mesopotamia settentrionale.
L’Elam, a est, vide l’opportunità di riconquistare l’indipendenza e invase la Mesopotamia meridionale.
Shar-kali-sharri combatté su tutti questi fronti simultaneamente. Le sue iscrizioni – sempre più disperate nel tono – descrivono vittorie contro i Gutei, contro gli Elamiti, contro città ribelli. Ma erano vittorie tattiche in una guerra strategica che stava perdendo. Dopo ogni vittoria, i nemici tornavano. L’impero sanguinava da mille ferite.
Il Collasso Finale: Gli Anni dell’Anarchia (2154-2112 a.C.)
Quando Shar-kali-sharri morì attorno al 2193 a.C., l’impero si disintegrò in anarchia. I testi cuneiformi di questo periodo parlano di “chi era re? chi non era re?” – un’espressione di caos totale. Per circa quarant’anni, la Mesopotamia non ebbe un governo centrale funzionante.
Agade, la splendida capitale che Sargon aveva costruito e che era stata il cuore pulsante dell’impero, fu distrutta così completamente che scomparve. Letteralmente. Gli archeologi moderni, nonostante decenni di ricerche, non hanno mai trovato con certezza i suoi resti. Una città che aveva forse 50.000-100.000 abitanti, che era stata il centro del commercio mondiale, semplicemente cessò di esistere.
“La Maledizione di Agade” – uno dei testi letterari più potenti della letteratura mesopotamica – descrive la distruzione in termini apocalittici. Secondo il testo, Naram-Sin aveva offeso gli dei distruggendo un tempio, e in punizione, gli dei mandarono i Gutei a devastare l’impero:
“Per la prima volta dalla creazione dell’umanità, le montagne abbassarono la loro ricchezza, Enlil portò fuori dalle montagne coloro che non assomigliano ad altri popoli, che non sono contati come parte della terra, i Gutei, un popolo senza restrizioni… Come una piaga di locuste si estesero sulle pianure… Nulla sfuggiva alle loro mani, nessuno scampava alla loro stretta…”
Il testo continua descrivendo la fame, il caos, la distruzione totale:
“Il grande campo agricolo non produsse grano, Le zone inondate non produssero pesce, I giardini irrigati non produssero sirope e vino, Le nuvole lunghe non portarono pioggia, il masgurum non cresceva… In quei giorni, l’olio di un siclo costava mezzo siclo, il grano di un siclo costava mezzo siclo… Questi furono venduti a quei prezzi nei mercati di tutte le città!”
I prezzi raddoppiati potrebbero non sembrare catastrofici per noi, ma in un’economia di sussistenza dove le famiglie già spendevano il 70-80% del loro reddito in cibo, significava fame di massa.
L’Era dei Gutei: L’Impero dei “Barbari”
I Gutei – che i testi mesopotamici descrivono come “la vipera dei monti”, “lo scorpione della pianura” – stabilirono una sorta di dominio sulla Mesopotamia per circa un secolo (circa 2154-2112 a.C.). Ma chiamarlo “impero” sarebbe generoso. Era più un’egemonia frammentata dove diversi capi gutei controllavano diverse città, combattendosi reciprocamente, incapaci di ristabilire l’unità imperiale.
L’archeologia di questo periodo mostra:
Collasso urbano massiccio: Molte città furono ridotte a frazioni delle loro dimensioni precedenti. Alcune furono abbandonate completamente. La popolazione urbana della Mesopotamia potrebbe essersi ridotta del 50-75%.
Regressione tecnologica e artistica: Gli oggetti di questo periodo – ceramiche, sigilli, sculture – sono di qualità molto inferiore rispetto a quelli del periodo accadico. Le tecniche sofisticate si persero o divennero rare.
Frammentazione economica: Il sistema commerciale integrato dell’impero collassò. Ogni città o regione divenne economicamente autarchica. La specializzazione produttiva regredì.
Quasi-scomparsa della documentazione scritta: Il numero di tavolette cuneiformi di questo periodo è una frazione infinitesimale di quelle del periodo accadico. L’alfabetizzazione crollò. La burocrazia sofisticata scomparve.
Ma qualcosa di cruciale non andò perduto: la memoria dell’impero. I sumeri ricordarono che un tempo erano stati uniti. Ricordarono che l’unità aveva portato prosperità. E iniziarono a lavorare per ristabilirla.
La Rinascita Sumera: Ur-Nammu e la Terza Dinastia di Ur
Attorno al 2112 a.C., Utu-hengal, re della città di Uruk, sconfisse l’ultimo re guteo e cacciò i Gutei dalla Mesopotamia. Poco dopo, Ur-Nammu fondò la Terza Dinastia di Ur e riunificò la Mesopotamia meridionale.
La Terza Dinastia di Ur (circa 2112-2004 a.C.) fu, in molti modi, un tentativo cosciente di restaurare l’Impero Accadico. Ur-Nammu e i suoi successori:
- Ricrearono uno stato burocratico centralizzato
- Ristabilirono un sistema amministrativo uniforme
- Ricostruirono i sistemi di irrigazione danneggiati
- Ripresero il controllo delle rotte commerciali
- Promulgarono codici legali (il Codice di Ur-Nammu, il più antico codice legale conosciuto)
Ma c’erano differenze fondamentali. L’impero di Ur era più piccolo – non si estendeva né alla Siria né all’Anatolia. Era più fragile – durò circa un secolo prima di collassare anch’esso sotto invasioni amorrite. E soprattutto, non recuperò mai completamente la popolazione e la prosperità del periodo accadico.
Il clima era cambiato permanentemente. La Piccola Era Glaciale che aveva iniziato attorno al 2200 a.C. continuò. La Mesopotamia non tornò mai alle condizioni climatiche favorevoli del terzo millennio a.C.
Le Cause Profonde: Analisi Sistemica del Collasso
Come analista di sistemi complessi, vedo nel collasso accadico un caso di studio su come multiple vulnerabilità possano interagire per creare un collasso sistemico:
1. Sovraestensione Imperiale
L’Impero Accadico si era espanso ai limiti della sua capacità logistica. Controllare territori da Cipro al Golfo Persico, dall’Anatolia all’Oman, richiedeva:
- Un esercito enorme permanentemente mobilizzato
- Guarnigioni in dozzine di città potenzialmente ostili
- Linee di comunicazione di migliaia di chilometri
- Capacità di rispondere rapidamente a ribellioni simultanee su fronti multipli
Quando le risorse iniziarono a scarseggiare per la siccità, mantenere questo impero divenne impossibile.
2. Dipendenza da Surplus Agricoli Fragili
L’intera struttura imperiale – esercito, burocrazia, capitale urbana – poggiava sui surplus agricoli della Mesopotamia meridionale. Ma quei surplus dipendevano da:
- Piene regolari dei fiumi
- Sistemi di irrigazione funzionanti che richiedevano manutenzione costante
- Equilibrio delicato tra irrigazione e salinizzazione
- Manodopera agricola stabile
Quando il clima cambiò, i surplus si contrassero. Ma le spese imperiali rimasero le stesse o aumentarono (più guerre, più fortificazioni). Il sistema fiscale collassò.
3. Vulnerabilità alle Migrazioni Climatiche
L’impero era circondato da popolazioni pastorali che vivevano in ambienti marginali. Quando il clima peggiorò, quelle popolazioni non avevano scelta se non migrare o morire. La pressione migratoria superò qualsiasi capacità militare di contenerla.
Gli imperi moderni affrontano dinamiche simili: costruiscono muri, rafforzano confini, dispiegano eserciti. Ma quando le migrazioni sono guidate da forze esistenziali – fame, sete, collasso ambientale – nessuna forza militare è sufficiente a lungo termine.
4. Rigidità Istituzionale
L’impero aveva sviluppato istituzioni sofisticate ma rigide, ottimizzate per condizioni specifiche. Quando quelle condizioni cambiarono, le istituzioni non poterono adattarsi abbastanza velocemente. La burocrazia centralizzata continuò a esigere tributi da province che morivano di fame. L’esercito continuò a combattere guerre su fronti multipli che non poteva vincere. I governatori imperiali continuarono a governare città che volevano liberarsi.
L’incapacità di adattamento trasformò problemi gestibili in crisi esistenziali.
5. Effetti a Cascata e Feedback Negativi
Ogni elemento del collasso peggiorò gli altri in una spirale discendente:
- La siccità ridusse i raccolti → meno tributi → meno capacità militare → più ribellioni → ulteriore riduzione delle entrate
- Le migrazioni aumentarono → più guerre → più spese militari → più tasse → più ribellioni
- Il commercio si interruppe → meno metalli per armi → esercito meno efficace → più perdite territoriali → ulteriore interruzione del commercio
Era un classico “doom loop” – un ciclo di feedback negativo dove ogni problema amplifica gli altri fino al collasso totale.
Le Lezioni per gli Imperi Moderni
Analizzando il collasso accadico attraverso una lente moderna, emergono lezioni inquietanti per le superpotenze contemporanee:
La sovraestensione imperiale ha costi nascosti: L’America mantiene basi militari in oltre 70 paesi. La Cina sta costruendo la Belt and Road Initiative attraverso decine di nazioni. Questi impegni sembrano sostenibili in tempi di prosperità. Ma cosa succede quando le risorse si contraggono? L’Impero Accadico non potè mantenere le sue guarnigioni quando i surplus agricoli crollarono. Le superpotenze moderne potrebbero affrontare scelte simili.
Il cambiamento climatico come moltiplicatore di crisi: La siccità del 2200 a.C. non causò il collasso da sola – ma rese impossibile gestire tutte le altre vulnerabilità simultaneamente. Il cambiamento climatico moderno sta creando dinamiche simili: stress idrico, fallimenti agricoli, migrazioni di massa, conflitti per risorse. Nessuna di queste è gestibile da sola, ma tutte insieme?
Le migrazioni climatiche sono inarrestabili: I Gutei e gli Amoriti non stavano “invadendo” per malvagità – stavano migrando perché le loro terre erano diventate inabitabili. Naram-Sin costruì muri enormi per fermarli. Fallì. Oggi vediamo muri lungo il confine USA-Messico, nel Sahel, nei Balcani. Ma se centinaia di milioni diventano rifugiati climatici, nessun muro sarà sufficiente.
I sistemi ottimizzati sono fragili: L’Impero Accadico aveva creato un sistema amministrativo ed economico di straordinaria efficienza. Ma era ottimizzato per condizioni specifiche. Quando quelle condizioni cambiarono, non c’era ridondanza, non c’era buffer. Le economie moderne, con supply chains just-in-time e specializzazione estrema, hanno la stessa vulnerabilità.
Il collasso può essere totale e rapido: Dalla morte di Naram-Sin (2218 a.C.) alla scomparsa di Agade (circa 2154 a.C.) passarono solo due generazioni. Un impero che aveva dominato il Vicino Oriente per 180 anni scomparve in 64 anni. Le istituzioni moderne presumono continuità. Ma la storia suggerisce che i collassi, quando iniziano, possono essere sorprendentemente rapidi.
La memoria del collasso persiste: I mesopotamici ricordarono il collasso accadico per millenni. Ogni volta che un nuovo impero emergeva, la “Maledizione di Agade” veniva ricopiata come avvertimento. Le cicatrici psicologiche di un collasso imperiale durano generazioni. Questo ha implicazioni per come le società moderne potrebbero reagire a futuri collassi.
Il Dibattito Storiografico: Esageriamo il Collasso?
Alcuni storici sostengono che la narrativa del “collasso catastrofico” è esagerata. Evidenziano:
- La continuità culturale tra il periodo accadico e quello successivo
- Alcune città che continuarono ininterrotte
- L’esagerazione letteraria nei testi come “La Maledizione di Agade”
- La possibilità che i Gutei siano stati demonizzati ingiustamente
Questi punti hanno merito. Ma la preponderanza delle evidenze – archeologiche, climatiche, demografiche – indica che qualcosa di traumatico accadde. La popolazione urbana crollò. La documentazione scritta quasi scomparve. La qualità materiale regredì. La capitale imperiale letteralmente scomparve.
Forse “collasso” è troppo forte. Ma certamente fu una trasformazione traumatica che la gente dell’epoca percepì come catastrofica.
La Domanda Finale: Siamo l’Impero Accadico?
Quando guardo alle vulnerabilità dell’Impero Accadico e le confronto con quelle degli imperi moderni – particolarmente l’egemonia americana ma anche la Cina emergente – i parallelismi sono inquietanti:
Sovraestensione militare: Check. Gli Stati Uniti spendono più in difesa dei successivi dieci paesi combinati, con impegni militari in ogni continente.
Dipendenza da risorse ambientali instabili: Check. L’agricoltura moderna dipende da falde acquifere che si esauriscono, da suoli che si degradano, da un clima che sta cambiando rapidamente.
Pressione migratoria crescente: Check. Il cambiamento climatico sta già creando tensioni migratorie che si intensificheranno nei decenni a venire.
Sistemi ottimizzati senza ridondanza: Check. Supply chains globali just-in-time, monocolture agricole, infrastrutture critiche senza backup.
Rigidità istituzionale: Check. Istituzioni progettate per il mondo del XX secolo che faticano ad adattarsi alle realtà del XXI.
Le differenze sono che abbiamo:
- Tecnologie infinitamente superiori
- Comprensione scientifica dei problemi
- Capacità di previsione e pianificazione
- Istituzioni internazionali per la cooperazione
- Capacità energetiche enormi
Ma abbiamo anche:
- Una popolazione 1000 volte più grande su un pianeta finito
- Dipendenza totale da sistemi tecnologici complessi
- Armamenti che possono distruggere la civiltà
- Un cambiamento climatico più rapido di qualsiasi nella storia umana
- Ecosistemi già al limite
L’Impero Accadico non sapeva che il clima stava cambiando. Non aveva la scienza per capirlo o la tecnologia per adattarsi. Ma noi sì. La domanda è: useremo quella conoscenza per costruire resilienza, o continueremo a ottimizzare per l’efficienza fino a quando uno shock sistemico ci colpirà?
Sargon costruì un impero. Naram-Sin lo portò al suo apice. I loro successori lo videro collassare davanti ai loro occhi, impotenti a fermarlo. La capitale che Sargon aveva costruito scomparve così completamente che 4000 anni dopo non possiamo ancora trovarla.
La storia non si ripete, ma fa rima. E il collasso dell’Impero Accadico sussurra un avvertimento che risuona attraverso i millenni: anche l’impero più potente, al culmine della sua gloria, può scomparire più velocemente di quanto chiunque possa immaginare. E quando scompare, può farlo così totalmente che le generazioni future si chiedono se sia mai esistito davvero.
Siamo più saggi di Naram-Sin? O stiamo commettendo gli stessi errori, semplicemente su scala più grande e con conseguenze potenzialmente più catastrofiche?
Non ho risposte. Solo la memoria inquietante di una capitale perduta, di un impero scomparso, e di un avvertimento scritto in cuneiforme 4000 anni fa che rimane terribilmente rilevante oggi.